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Paragrafo 2 . Le forze politiche e sociali.

     
Lo  scenario  politico  dei  primi anni del dopoguerra  risult  assai
complesso e movimentato da una pi ampia partecipazione sociale  e  da
una  serie di fattori che determineranno nuovi rapporti tra  le  forze
politiche:  la  crescita del partito socialista e delle organizzazioni
sindacali, la nascita del partito popolare, la

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diffusione  del  nazionalismo, la formazione di movimenti  ostili  sia
allo  stato  liberale  che ai partiti di massa, il  disorientamento  e
l'inadeguatezza della vecchia classe dirigente liberale di fronte alla
nuova realt sociale.
     Il  partito  socialista,  che prima della  guerra  contava  poche
decine  di  migliaia di iscritti, giunse a pi di  200.000  nel  1919.
L'efficacia della sua azione politica, per, era condizionata  sia  da
una  diffusione  limitata  agli operai e ai braccianti  delle  regioni
settentrionali e centrali sia dalle divisioni interne. I massimalisti,
guidati  da Giacinto Menotti Serrati, erano sostenitori del cosiddetto
"programma  massimo",  che  prevedeva  la  formazione  di  uno   stato
socialista  attraverso la rivoluzione. I riformisti,  i  cui  maggiori
esponenti  erano  Filippo  Turati  e  Claudio  Treves,  erano   invece
favorevoli   ad  una  democratizzazione  graduale.  Pi  concretamente
impegnati  nell'organizzazione  di  progetti  rivoluzionari  erano   i
socialisti  napoletani,  capeggiati  da  Amadeo  Bordiga,   e   quelli
torinesi, raccolti attorno alla rivista "L'Ordine Nuovo", fondata  nel
maggio del 1919 da Antonio Gramsci, Angelo Tasca, Umberto Terracini  e
Palmiro  Togliatti. Questi, influenzati dalla rivoluzione  bolscevica,
ritenevano  che  la realizzazione del socialismo fosse possibile  solo
con  la formazione di un movimento rivoluzionario organizzato, la  cui
base  avrebbe  dovuto essere costituita dai consigli di  fabbrica  sul
modello  dei  soviet  russi.  Al  congresso  di  Bologna  del  1919  i
massimalisti ottennero la maggioranza; i riformisti, per,  mantennero
una  posizione  predominante  nelle  organizzazioni  sindacali  e   in
parlamento,  all'interno  del quale comunque,  per  paura  di  perdere
l'appoggio  delle masse, non ruppero con i massimalisti e continuarono
a rifiutare ogni forma di collaborazione con i governi liberali.
     Nei  primi anni del dopoguerra si verific una notevole  crescita
del movimento sindacale: gli iscritti alla confederazione generale del
lavoro (CGdL) passarono dai 250.000 del 1918 ai 2.320.000 del 1920; la
confederazione  italiana  dei lavoratori (CIL),  fondata  nel  1918  e
legata  al  mondo  cattolico,  si diffuse  soprattutto  tra  le  masse
contadine, arrivando a superare il milione di iscritti nel 1920.
     Anche  i  datori di lavoro si organizzarono a livello  nazionale:
nel   marzo   del   1920   fu   fondata  la  confederazione   generale
dell'industria  e  nell'agosto  dello stesso  anno  la  confederazione
generale dell'agricoltura.
     La  preoccupazione per l'avanzata del socialismo spinse  il  papa
Benedetto  quindicesimo  a  revocare, nel 1919,  il  Non  expedit,  il
decreto  emesso  nel  1874  con il quale  la  Santa  Sede  vietava  ai
cattolici di partecipare alla vita politica dello stato italiano;  ci
rese  possibile la fondazione, nello stesso anno, del partito popolare
italiano  ad  opera del sacerdote siciliano Luigi Sturzo,  che  ne  fu
anche  segretario  sino al 1923. Il programma  del  nuovo  partito  si
fondava  sulla  difesa dei valori del cattolicesimo e, a  tale  scopo,
rivendicava la piena libert per la Chiesa e per le sue organizzazioni
operanti   nella   societ   e   riteneva   necessaria   una   riforma
dell'istruzione,   che   garantisse  la   libert   d'insegnamento   e
riconoscesse  la  parit delle scuole private,  appartenenti  in  gran
parte a istituti religiosi. Sul piano politico il partito popolare era
favorevole  a un sistema elettorale proporzionale, all'estensione  del
voto  alle  donne e al decentramento amministrativo per la concessione
di  una  maggiore  autonomia alle regioni  e  ai  comuni.  Per  quanto
riguardava  l'economia,  il programma popolare  si  occupava  in  modo
particolare  dell'agricoltura,  proponendo  una  riforma  agraria  che
prevedesse  la  ripartizione dei latifondi e la tutela dei  piccoli  e
medi proprietari terrieri.
     
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     Il  partito  popolare  ebbe numerose adesioni  presso  tutti  gli
strati  sociali,  ma la sua base fu sin dall'inizio  costituita  dalla
popolazione rurale,  attratta dalla parte economica del suo  programma
e    tradizionalmente   soggetta   all'influenza   delle   istituzioni
ecclesiastiche. I principali fattori di coesione del partito  popolare
erano  l'antisocialismo,  la  difesa dei valori  del  cattolicesimo  e
l'interclassismo; quest'ultimo per determinava anche  un  coesistenza
non  sempre  facile  tra  le  tendenze conservatrici  della  borghesia
cittadina e dei proprietari terrieri e quelle progressiste di operai e
contadini.  Il  rapporto con la Chiesa era ambiguo: da  una  parte  il
partito  si  dichiarava autonomo e aconfessionale, dall'altra  era  in
stretto  rapporto con le istituzioni ecclesiastiche ed era  sottoposto
ai  condizionamenti  del  Vaticano; in  breve  tempo,  comunque,  esso
assunse  dimensioni di massa, grazie anche al sostegno della stampa  e
delle banche cattoliche.
     Nel  clima  di grave tensione dell'immediato dopoguerra  emersero
alcune  realt politiche ostili sia alla tradizionale classe dirigente
liberale  che ai partiti socialista e popolare. Ne furono protagonisti
coloro  che, dopo aver partecipato con convinzione ed entusiasmo  alla
guerra,  attribuivano la responsabilit del peggioramento  delle  loro
condizioni  economiche e sociali alle istituzioni, che accusavano  fra
l'altro   di  aver  tradito  gli  ideali  per  i  quali  essi  avevano
combattuto.  Spinti  dalla  delusione e dal  risentimento,  questi  ex
combattenti fondarono, nel novembre del 1918, l'associazione nazionale
combattenti.  Formata  in  gran  parte  da  esponenti  della   piccola
borghesia,  essa  elabor  un programma che, dichiarata  una  profonda
sfiducia  nei  tradizionali partiti politici, rivendicava confusamente
maggiore   giustizia  sociale  e  un'assemblea  costituente   per   la
rifondazione su basi nuove del regno d'Italia.
     Altra  realt  politica sorta dal movimento degli ex  combattenti
furono  i fasci italiani di combattimento, fondati a Milano nel  marzo
del   1919  da  Benito  Mussolini.  Questo,  passato  dal  neutralismo
all'interventismo e perci espulso dal partito socialista e  costretto
a  dimettersi  dalla direzione dell'"Avanti!", nel novembre  del  1914
aveva fondato un nuovo quotidiano, "Il Popolo d'Italia", finanziato da
industriali italiani interventisti impegnati nella produzione bellica.
Gli  obiettivi dei fasci erano la repubblica, il suffragio  universale
maschile e femminile, l'abolizione del servizio militare obbligatorio,
ampie  libert  politiche  e civili, misure contro  gli  affaristi  di
guerra,  maggiore  giustizia  fiscale,  migliori  condizioni   per   i
lavoratori,  confisca dei beni religiosi, assegnazione  a  cooperative
contadine delle terre non coltivate dai proprietari. Si trattava di un
programma  chiaramente demagogico, volto ad ottenere consenso  facendo
leva  sulla delusione e sul risentimento ampiamente diffusi  non  solo
presso  gli ex combattenti, ma anche presso altre categorie  e  classi
sociali.  I  fascisti comunque non tarderanno molto ad abbandonare  le
originarie  aspirazioni rivoluzionarie, per schierarsi a fianco  delle
forze  conservatrici e del padronato agrario e industriale, in  difesa
dell'ordine   sociale   interno   e  a   sostegno   del   nazionalismo
espansionista.
     Il  partito  nazionalista, guidato da Luigi  Federzoni,  era  una
piccola  organizzazione formata soprattutto da esponenti della cultura
nazionalista di fine Ottocento. Nell'immediato dopoguerra,  attraverso
una propaganda basata sull'idea della "vittoria mutilata" e sostenendo
la  necessit  di uno stato autoritario ed imperialista,  riscosse  un
certo successo specialmente presso la ricca borghesia.
     Di  fronte  alla nuova e complessa situazione sociale la  vecchia
classe  dirigente  liberale  appariva disorientata;  mentre  le  altre
entit politiche stavano
     
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     assumendo   dimensioni   di  massa   e   notevole   capacit   di
mobilitazione,  essa  continu ad usare  metodi  ormai  superati.  Per
questo perder progressivamente consensi, compreso quello determinante
della  ricca  borghesia, che non la riterr pi capace di  tutelare  i
suoi  interessi  e si affider agli emergenti ed aggressivi  movimenti
antidemocratici, il cui successo segner la fine del sistema  liberale
e la trasformazione dello stato in senso autoritario.
